Vendredi 13 janvier 2012
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parole chiave
Renzo Piano, architettura, made in italy, italianità,
progresso
Piano: "Porto l'Italia a Boston"
di Antonio Monda
L'architetto genovese parla della sua nuova ala creata per l'Isabella Stewart Gardner Museum, della città
del Massachusetts. Apertura prevista il 19 gennaio
Renzo Piano è di passaggio a New York sulla via di Boston, dove oggi inaugura il nuovo edificio in vetro e rame che
amplierà, fin quasi a raddoppiare, i volumi dell´Isabella Gardner Museum. A Manhattan ha controllato i cantieri del campus della Columbia University e la nuova sede del Whitney Museum, che
sorgerà di fronte allo studio newyorkese accanto alla Highline. Qui campeggiano anche i disegni della biblioteca e dell´Opera che sovrasteranno il porto di Atene e del grattacielo che verrà
inaugurato a Londra in occasione delle Olimpiadi e che, con i suoi trecento metri, sarà il più alto d´Europa. Edifici estremamente diversi, eppure segnati dallo stile inconfondibile
dell´architetto, e forse anche da qualcosa di più intimo e profondo, che Piano stesso definisce "l´italianità". «Non voglio che l´uso di questo termine abbia nulla di nazionalistico o retorico»,
spiega. «Quello di cui parlo è una scia, una traccia di italianità. Lo affermo con la massima umiltà, come un nano sulle spalle di giganti, ma mi sento parte di una tradizione che si è sempre
sforzata di cogliere le sfumature tra le cose, di cercare il rapporto tra scienza e arte, tra memoria e slancio. Di chi ha avuto il gusto della leggerezza e dell´esplorazione. Sto parlando di una
tradizione umanistica di cui dobbiamo andare fieri, ma che, ripeto, ha a che fare più con la leggerezza che con la nazionalità. Nel mio caso questa italianità si declina anche in una dimensione
europea - vivo a Parigi da molti anni - e mediterranea».
Qual è stata la sfida maggiore relativa
all´Isabella Gardner Museum?
«È necessario comprendere prima chi fosse il personaggio: una newyorkese bizzarra, ma visionaria e di
grande personalità, che nella seconda metà dell´Ottocento si trasferì a Boston dove sposò un miliardario. Qui, nel 1903, edificò un palazzo in stile veneziano, ma riuscì ad evitare il kitsch
grazie all´accuratezza storica e ai pezzi straordinari della collezione d´arte, per la quale si avvalse della consulenza di Bernard Berenson: opere di Raffaello, Tiziano, Paolo Uccello, Piero
della Francesca, Giorgione, Botticelli, oltre ai quadri rubati nel famoso furto del 1990, Vermeer, Rembrandt, Degas e Manet. La Gardner lasciò scritto nel testamento che non si sarebbe potuto
toccare nulla dell´edificio, né spostare alcun quadro. Uno dei problemi che ho affrontato con Emanuela Baglietto, uno dei partner del mio ufficio, è stato risolvere questo problema legale, e la
soluzione è stata molto italiana: abbiamo pensato di collegare la nuova costruzione con un corridoio, che chiamo cordone ombelicale, in modo che le opere possano essere mostrate nel nuovo spazio
espositivo senza uscire dal palazzo. Tuttavia il maggiore problema è stato quello che si ha sempre quando si interviene su istituzioni importanti: l´affetto nei confronti del preesistente, che
rischia di trasformarsi in venerazione. Ritengo sia fondamentale non sottrarre linfa vitale a quello che c´è già senza tuttavia paralizzarsi».
Il nuovo edificio ha una dominante verde.
«È un colore tipico di Boston, ma non è dipinto, si tratta del materiale utilizzato: rame ossidato. La nuova costruzione ha
una sala per concerti sviluppata in verticale, in modo che chiunque rimanga vicino ai musicisti e possa sentire il fiato degli strumenti ed il vibrare delle corde; una serra, due appartamenti per
gli artisti residenti, uno spazio dedicato all´educazione, una sala espositiva e un grande scalone interno, trasparente, che affaccia sul vecchio palazzo, l´oggetto del desiderio. Gli elementi
guida sono stati la luce e il suono, tenendo sempre a mente che caratteristica dei musei è quella di lavorare sulla durata, e costruire spazio per opere che sono tolte dal tempo reale e poste
fuori dal tempo. Ciò si integra in un discorso generale sull´architettura, che vive di tempi lunghi: è il tempo che rende le cose belle, ed il classico di oggi è stato moderno quando è stato
realizzato. Il mio amico Luciano Berio, del quale verrà eseguita all´inaugurazione la Sequenza VII per oboe, diceva che l´architettura vive di tempi lunghi, come le montagne e i
fiumi».
Lei ha suonato anche la tromba: vede affinità
tra la musica e l´architettura?
«Obbediscono entrambe alla stessa ansia di precisione e geometria. Precisione che l´architetto come il
musicista si diverte a buttare all´aria».
Qual è il rapporto che a suo parere si deve
tenere con il passato?
«È necessario avere una sincera e leale gratitudine, ma anche una ferma volontà di ribellione. Quando ho iniziato
a occuparmi di questo progetto mi hanno colpito la luce e l´atmosfera italiana del palazzo che aveva voluto la Gardner, e come mi è accaduto in passato ho voluto assorbire, studiare, far mio
quello che vedevo per poi dimenticare. Solo allora si può creare, seguendo il linguaggio del proprio tempo».
Scott Fitzgerald diceva che "il passato non si può
ripetere."
«Io amo citare il finale del Grande Gatsby: "Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel
passato"».
da la Repubblica.it, 13/01/2012
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